Frattamaggiore (NA) – Chiesa di S. Sossio

Il primo documento che dà notizia di Fratta è del 923 (già nel 1282 si aggiunse “majoris” perché diventata tra i maggiori casali di Napoli). Per tradizione, l’origine dell’abitato è nel IX secolo, quando gli abitanti di Miseno, devastata dalle incursioni delle truppe musulmane (presenti in Campania come mercenarie nel contesto delle lotte tra i Duchi di Napoli e i principati longobardi di Benevento, Capua e Salerno) si rifugiarono in questo sito, allora boscoso ed incolto. L’ipotesi è fondata sul persistere ininterrotto del culto di San Sossio (eremita misenate, martire con San Gennaro nel 305, sotto Diocleziano), sulle similitudini tra i dialetti, e sulla prevalenza nel corso dei secoli della lavorazione delle funi, caratteristica di Miseno, grande porto militare romano. Gli eruditi locali fanno risalire proprio al X secolo la fondazione e la titolazione della chiesa. Più probabilmente, essa è da collocarsi alla metà del secolo XII, come basilica romanica a tre navate, absidata, priva di transetto, forse con volte a crociera nelle navate laterali e a capriate nella maggiore (soluzione scelta per il restauro più recente). Ad un ampliamento gotico, documentato nelle finestre ogivali, si aggiunsero il transetto nel 1522, il che causò la distruzione delle absidi antiche, e forse le cappelle. Durante i due secoli successivi l’orgoglio civico (Fratta infeudata nel 1630 si riscattò nel 1631, rientrando nel Demanio Regio) e la devozione religiosa abbellirono ed arricchirono il tempio con opere di Luca Giordano e Francesco Solimena, nel quadro di un aggiornamento complessivo dell’apparato decorativo in stile grandiosamente barocco. La traslazione delle reliquie dei Santi Sossio e Severino nel 1807, voluta dall’arcivescovo di Salerno, Michelangelo Lupoli, frattese di nascita) fu occasione di altri lavori, tra cui spiccano la costruzione della cappella dedicata al Patrono (1873, Vincenzo Russo) e gli interventi del 1894 (facciata con le statue dei santi martiri, scoperta delle strutture antiche). Ai danni bellici si aggiunse l’incendio del 1945, che distrusse la gran parte dello straordinario patrimonio artistico. All’esterno, sopravvivono il portale, architravato, su piedritti e colonne, del 1564, ed il campanile, del 1598, ricostruito nel 1728. L’interno, ripristinato nelle forme più probabili di stile romanico-gotico in tre navate, con cinque archi per lato ed altrettante cappelle, è stato poi decorato “in stile” con vetrate e mosaici moderni. Le opere antiche superstiti sono ancora di notevole interesse: il battistero antico (1a cappella a sinistra), seguita da una bellissimo frammento di polittico rinascimentale (ambito di Andrea Sabatini), i dipinti in barocchi in controfacciata ed in sagrestia, gli arredi sacri nel museo ipogeo.

Testo: Pietro Di Lorenzo

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