Falciano di Caserta (CE) – Chiesa dei SS. Gennaro e Giuseppe

Falciano è una antico borgo di Terra di Lavoro sorto a ridosso dell’attuale Caserta in epoca medievale. Le prime notizie tramandateci riguardano la locale chiesetta di Santa Maria e sono contenute nella Bolla di Senne, Arcivescovo Metropolita di Capua, del 1113, in cui la chiesa ha il titolo di “Santa Maria di Fauzano”. Nel Privilegio del 14 agosto 1178 del papa senese Alessandro III concesso al Vescovo Porfirio, sui beni presenti e futuri della chiesa casertana, essa è detta “Santa Maria de Fauciano”[1]. Ancora le Rationes Decimarum Italie nei secoli XIII e XIV, Campania nel 1308 riportano “Santa Maria Magdalene de Fauzano”, nel 1326 “Santa Maria de Fausano” e nel 1327 “Santa Maria de Fauzano”[2]. Nel tempo Fauzano è diventato Falciano e la sua storia si è indissolubilmente intrecciata alla storia della sede del Vescovo di Caserta. Agli inizi del Seicento Mons. Diodato Gentile (1604-1616) decideva di trasferire la sede vescovile della Diocesi di Casa Hirta, dalle alture del borgo medievale alla nuova pianura, scegliendo Falciano per la presenza nel sito di una antica casa, Palatii Cavallaritie, dono di Ferrante I d’Aragona. Secondo De Crescenzo-Rossi[3] il Palazzo sarebbe stato donato da re Ferdinando d’Aragona, mentre per il Laudando fu il successore di Ferdinando, lo zio Federico III a donare alla Chiesa di Caserta (ca. 1497) il luogo delle antiche Reali Cavallerizze, dove fu costruito oltre un secolo più tardi il palazzo di residenza dei vescovi[4]. In realtà, la Cavallerizza fu un dono di Ferrante I al Vescovo Giovanni de Leone e Mons. Mandina nel 1594 già scriveva che i vescovi di Caserta avevano la loro residenza in una casa rurale in pianura[5]. Nei primi anni del secolo XVII Mons. Diodato dava inizio ai lavori di costruzione dell’Episcopio, arricchendolo di un grande giardino. Per volere del vescovo Bruno Sciamanna (1642-1646) nel 1642 si diede inizio alla costruzione della nuova chiesa ultimata nel 1664 con Mons. Giuseppe de Ausilio (1663-1668), che la dedicò a San Gennaro. La chiesa di San Gennaro fungeva da succursale nella città in piano della Cattedrale di Casertavecchia e nel 1731 Mons. Schinosi (1696-1734) la dedicava anche a San Giuseppe. Sempre nello stesso anno, il parroco don Mauro de Blasio otteneva da papa Clemente XII la facoltà di trasferire la Parrocchia dalla vecchia chiesa di Santa Maria (nel frattempo totalmente trascurata) alla nuova chiesa dei SS. Gennaro e Giuseppe[6].

Contemporaneamente ai lavori di costruzione della chiesa di San Gennaro, proseguivano i lavori di ampliamento dell’Episcopio iniziati sotto la direzione di Mons. Bartolomeo Crisconio (1647-1660) e ultimati con Mons. Giuseppe Schinosi. Lo Schinosi è una figura importante per lo sviluppo di Falciano e a lui probabilmente si deve il primo documento cartografico della città, realizzato da Cassiano de Silva alla fine del ‘600[7], una veduta di Caserta dedicata per l’appunto al vescovo Schinosi. Nella parte bassa a destra della nuova città, a margine della carta, è possibile osservare il “Palazzo Vescovile” contrassegnato dalla lettera O così come appariva alla fine del Seicento. La dedica al vescovo confermerebbe la sua committenza e potrebbe leggersi come il tentativo di dimostrare che la città in piano, in particolare la poderosa residenza vescovile, ben si offriva ad ospitare l’intero vescovado, incluso il Collegio che sarebbe stato inaugurato poi nel 1731. Una testimonianza visiva quindi della concretezza delle proprie idee.

La Campanelli sottolinea come Mons. Schinosi concepì la fondazione di un Collegio a Falciano, al fine di acculturare il clero, che nella sede sul monte viveva in uno stato di forzato isolamento[8]. Il 4 novembre 1731 veniva inaugurato il Collegio dei Padri Oblati, intitolato a San Gennaro. In esso sarebbero stati ospitati i sacerdoti per approfondire la loro preparazione e i chierici più poveri per apprendere le scienze.

Nel 1746 Mons. Ettore de Quarto (1734-1747) faceva ampliare ulteriormente il Seminario e costruire nella chiesa la Cappella dell’Immacolata dove fu sepolto il 10 maggio 1747. E’ con Ettore de Quarto, che si ha il primo sinodo documentato in atti dati alla stampa. Il documento di indizione del sinodo fu emanato infatti il 24 aprile 1745 proprio dalla sede del Palazzo della Cavallerizza in Falciano[9]. Il successore Mons. Antonio Falangola (1747-1761) chiese ed ottenne di annettere in toto il Collegio al Seminario, che alla metà del secolo contava 70 alunni. Sua intenzione era ripartire gli alunni fra la sede sul monte e quella in pianura, con un unico procuratore e gli stessi prefetti e maestri[10]. Durante la carestia del 1764 il vescovo Gennaro Albertini (1761-1767) trasformava il Seminario Maggiore in asilo, ospizio ed ospedale per i poveri. Alla sua morte il 20 maggio 1766 fu sepolto in San Gennaro.

Il 15 marzo 1816 il Palazzo vescovile fu scenario di un atto delittuoso a scapito di Mons. Vincenzo Rogadei (1803-1816), colpevole di favoreggiamento del nuovo Re Gioacchino Murat. Andrisani nota come le ingerenze dei Borbone nella vita ecclesiastica casertana in questo episodio più che altrove dimostrano in che modo i fatti della vita civile si intreccino con quelli della vita religiosa[11].

Falciano rimase sede vescovile fino al 1850 quando a seguito della decisione di Ferdinando II di trasformare Falciano in una Piazza d’Armi, Mons. Rozzolino trasferiva la propria abitazione a Caserta in via San Carlo in una casa presa in affitto. Il suo successore Mons. De Rossi andò ad abitare nella stessa casa col Seminario in parte presso di sé ed in parte in alcune camerette attigue all’attuale Cattedrale, dove attualmente è il Seminario Diocesano. Il Re fece apprezzare tutto l’Episcopio con la Curia ed il Seminario per farne una caserma, i 18000 ducati della stima sarebbero serviti per la costruzione di una nuova cattedrale[12]. Ancora oggi l’ex episcopio funge da alloggio per Ufficiali e Sottufficiali dell’Esercito. (Fino alla metà degli anni ’90 l’episcopio è stato alloggio etc.)

Le notizie più antiche della Chiesa dei SS. Gennaro e Giuseppe ci sono tramandate dalla visita pastorale di Mons. Crisconio e dalle Memorie Ecclesiastiche dell’Esperti. Dalla prima fonte del 1647 troviamo menzionate la cappella del SS. Rosario appartenente alla famiglia Mazia, dove si celebravano due messe al mese e la cappella di Sant’Antonio appartenente alla famiglia Marotta, si celebrava una messa al mese, che nel 1858 passerà alla famiglia Augusto[13]. L’Esperti nel 1775 ricorda che la: “chiesa Parrocchiale è di una Nave lunga passatelli 33 larga 12 sotto il titolo di S.Giuseppe e S.Gennaro; vi sono due cappelle sfondate, una della Madonna Addolorata de’ Signori Mazzia, l’altra sotto il titolo della Madonna della Concezione, tutti e tre li altari sono di marmo. In una sepoltura vi è questa iscrizione Procedent, qui bona = fecerunt in resurrectionem vitae = qui vero mala, in resurrectionem Judicii: Joannis 6 anno 1730. Vi è quest’iscrizione Januarius Albertinus = ex Clerico Regulari = Episcopus Casertanus. Vi è in detta Villa Confraternita con cappella fuori della chiesa”[14]. Si tratta probabilmente della cappella del Monte dei Morti, che dal 1687 sarà denominata del Purgatorio[15]. Dalla visita pastorale di Mons. De Rossi del 17 giugno 1890 apprendiamo che la nuova chiesa oltre all’altare maggiore, ne aveva uno dedicato all’Immacolata e uno all’Addolorata.

La chiesa a causa di gravi danni subiti dal sisma del 1980 è stata oggetto di un impegnativo restauro da parte della Soprintendenza conclusosi nel 1990. La facciata è scandita da tre archi a tutto sesto sul lato principale e da due archi di misura inferiore sul lato sinistro che delimitano il pronao. Una sottile cornice posta al di sopra dei pilastri decorati con lesene scanalate, corre lungo tutta la facciata, e probabilmente appartiene alla originaria decorazione architettonica della chiesa. A destra si erge il campanile in cui è incastonato un orologio in maioliche del secolo XVIII, pregevole esempio di artigianato campano. Nel pronao il portale in piperno risale alla prima fondazione della chiesa (1664) ed è sormontato da una conchiglia in stucco con al centro: “ Domus mea Domus Orationis Vocabitur”. Ai lati del portale, in due ovali in stucco sono raffigurati a sinistra San Gennaro, riconoscibile per l’attributo delle due ampolline con il sangue del martire, e a destra San Giuseppe con l’attributo della verga fiorita. Sono due affreschi a monocromo di fattura recente. Nella volta centrale, in un tondo è raffigurato San Michele Arcangelo. Apparentemente estranea all’intitolazione della chiesa, la presenza del santo è motivata dal fatto che l’arcangelo, oltre ad essere il difensore del popolo cristiano contro gli enti e le forze della natura, è soprattutto il santo protettore della diocesi casertana. L’affresco risale al secolo XVIII, al pari delle finte architetture a rosette, con cartigli e mosaici in oro agli angoli, che decorano le due volte laterali e che sono opera dello stesso artista che ha decorato la volta dell’interno. Entrando a destra è un’iscrizione del 1731[16] di Mons. Giuseppe Schinosi, subito dopo si osserva il fonte battesimale, in pietra scolpita del secolo XIX, sull’ingresso alla sagrestia un affresco in tondo raffigurante Sant’Alfonso de’ Liguori, firmato e datato dal pittore locale Francesco Bernardo. Bernardo (Puccianiello (CE) 1910-Falciano (CE) 1989) pittore e restauratore, è stato allievo di Paolo Vietri all’Accademia di Belle Arti a Napoli. Affermatosi nell’arte sacra, sue opere sono custodite in molte chiese del territorio casertano, la chiesa di Casola è stata interamente dipinta ed affrescata sotto la sua direzione, a San Clemente si conserva l’affresco dell’Arcangelo che sconfigge il diavolo, nella chiesa di San Martino a Maddaloni nel 1957 affrescava la Madonna tra i Santi Giovanni e Maria Maddalena. Questi solo alcuni esempi della ricca produzione che scandisce l’attività di questo artista locale.

Di seguito in una nicchia è custodita una statua di San Giuseppe di recente manifattura. Sul lato sinistro all’ingresso è l’iscrizione di fondazione della chiesa del 1664 di Mons. Giuseppe de Ausilio[17]. Sempre sulla sinistra è possibile osservare un crocefisso di recente fattura e in una nicchia la statua dell’Addolorata vestita in abiti neri. La chiesa è a navata unica con due piccole cappelle ai lati del presbiterio, la cantoria in controfacciata e l’ampia abside. Sui lati della navata cornici, putti e motivi fogliacei in stucco decorano le pareti ed incorniciano quattro affreschi a monocromo raffiguranti Santi Oblati. Le decorazioni in stucco bianco sono opera di maestranze del luogo attive nel secolo XVIII e aggiornate sulle più moderne tendenze napoletane evocate in una modesta reinterpretazione locale dai putti delle chiavi d’arco. I quattro Santi raffigurati hanno sostituito le originarie effigi dei primi quattro vescovi della sede di Falciano, l’autore ancora ignoto, potrebbe individuarsi nel locale Francesco Bernardo che firma il Sant’Alfonso de’ Liguori all’ingresso. Sulla destra della navata si osserva il pulpito, il cui balcone è costituito da cinque lastre marmoree sormontate da cornice continua ed il baldacchino di legno dipinto reca nello stemma sormontato dalla colomba dello Spirito Santo: “Convertini Adme Convertar Ad. Vos Zagi” (la scritta dovrebbe essere “CONVERTIUT AD ME CONVERTAR AD VOS ZAC.I.”, la cediglia è sulla U di Converiut), opera del pittore che decora la parte superiore della navata e la volta. Nella parete in basso sono incastonate due iscrizioni: la prima di Mons. Gennaro Albertini[18] e la seconda di Mons. Vincenzo Rogadei[19]. Segue la cappella dell’Addolorata, originariamente appartenuta alla Famiglia Mazia come si evince dalla lastra tombale con l’iscrizione: “MAZIA A:D: 1717”. L’altare in marmi policromi del secolo XVIII è sormontato da un dipinto con la Madonna Addolorata tra i Santi Domenico, Veronica ed Ignazio, di ambito accademico napoletano. Di fronte nella cappella del Cuore di Gesù accanto all’altare marmoreo coevo a quello della cappella dell’Addolorata è possibile osservare una mensola in marmo scolpito del secolo XVIII riferibile all’altare originario che occupava la cappella dei Marotta. Sempre sulla parete sinistra si legge l’epigrafe di Mons. Ettore de Quarto[20]. La zona absidale è delimitata da una balaustra, recentemente trafugata, quella che oggi si osserva è una rispettosa ricostruzione dell’originaria balaustra in marmi policromi del secolo XVIII. L’altare maggiore in marmi policromi è un pregevole esempio di maestranze locali della seconda metà del Settecento, il paliotto reca al centro un rosone in marmi commisti, ai lati sui due plinti è riprodotto uno stemma cardinalizio con al centro una colonna sormontata da un sole. L’altare attraverso la porticina del tabernacolo sormontata dalla colomba dello Spirito Santo culmina nello scenografico tempietto a pianta circolare costituito da quattro colonne e quattro pilastri in marmi misti, punto focale dell’intera struttura. La pala con San Giuseppe e Gesù Bambino tra i Santi Gennaro ed Ignazio di Loyola è di ambito solimenesco, databile a dopo il 1731 anno di intitolazione della chiesa a San Giuseppe. Ai lati dell’altare in due nicchie sono custodite le statue della Madonna del Rosario e di San Gennaro, sormontate rispettivamente dalla Madonna Annunciata e dall’Angelo Annunciante nei tondi a monocromo, opera probabilmente di Francesco Bernardo.

Di grande suggestione è la decorazione della volta della navata e dell’abside: nel catino absidale al centro è raffigurato Dio Padre sorretto da angeli, con ai lati in due ghirlande di lauro dorate su fondo scuro delicate allegorie, ai lati del finestrone centrale sono dipinti a destra un cherubino che regge un pastorale, a sinistra un cherubino con un tralcio di fiori, evidentemente alludenti ai simboli rispettivamente di San Gennaro e di San Giuseppe. Queste figure hanno come sfondo finte architetture che simulano i finestroni e le decorazioni in stucco, architetture che trovano una loro ideale continuazione nelle pareti della navata e sul lato della cantoria, dove una finta finestra semiaperta su un imponente colonnato prolunga la via di fuga prospettica dell’intero assetto della chiesa[21]. Sulle pareti laterali putti reggighirlande posti su finti timpani spezzati si alternano ad illusionistiche quadrature, alle vere aperture del lato sinistro corrispondono sul lato destro tre finte finestre che danno su altrettanti ambienti caratterizzati da volte a costoloni e soffitto cassettonato. A tutt’oggi si ignora il nome dell’autore di queste quadrature, un genere che a Napoli ebbe il suo maggior successo a partire dal 1644 quando Viviano Codazzi eseguiva la scala a doppio saliente nella sagrestia della Certosa di San Martino, su cui lo Stanzione dipingerà l’Ecce Homo. La scienza prospettica dei quadraturisti ebbe a Napoli diversi epigoni, oltre al Codazzi si pensi a Domenico Gargiulo, Francesco Salernitano, Giuseppe Piscopo. Ma nacquero botteghe anche in Terra di Lavoro, a Maddaloni ad esempio nel Convento di San Francesco nel 1756 operarono Gennaro d’Aveta e i fratelli Funaro, e probabilmente alla bottega dei Funaro va ricondotto il nome dell’autore delle architetture di Falciano. In ogni caso si trattava di un artista in grado di realizzare il pretenzioso progetto alla base della decorazione, che pur risultando di tono minore rispetto a quanto si andava eseguendo nella vicina capitale partenopea, era un elemento distintivo di quella che per oltre due secoli e mezzo è stata la succursale della Cattedrale di Casertavecchia.

Un’ultima parola va spesa per i restauri che nel tempo hanno in parte alterato l’assetto originario della chiesa, la Sarnella ricorda come alla ricca decorazione settecentesca nel restauro del 1922 ca. si contrappose una attintatura con zoccolo nero delle pareti basse della chiesa di cui oggi per fortuna non c’è traccia. Fu anche sostituito il pavimento antico a quadrelle con altro simile con il recupero di parte dell’antico. Le cappelle laterali furono arricchite di due gradini in travertino al posto di quelli vecchi in legname[22].

BIBLIOGRAFIA

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[1] La trascrizione del privilegio si deve allo storico Giuseppe Tescione in ‘Studi in onore di Monsignor Luigi Diligenza a cura di A. Ianniello’ Aversa 1989 pp. 247/56.

[2] Cf. De Crescenzo-Rossi 1990, p. 1.

[3] Cf. De Crescenzo-Rossi 1990, p. 2.

[4] Cf. Laudando 1996, p. 186.

[5] Cf. Sparano 1991, p. 6: “Il Tescione in Caserta Medievale e i suoi Conti e Signori. Marcianise 1965 scrive che la Cavallerizza fu un dono di Ferrante I al Vescovo Giovanni de Leone e Mons. Mandina nel 1594 già scriveva che i vescovi di Caserta avevano la loro residenza in una casa rurale in pianura (Arch. Segr. Vat. S Congr. Concilii Relat., 197°, f. 3) da L. Santoro La spedizione di Lautrec nel Regno di Napoli a cura di T. Pedio Galatina 1972 p.141”.

[6] Cf. De Crescenzo-Rossi 1990, p. 4.

[7] Cf. Carafa 1995, p. 179. L’immagine è tratta dal Pacichelli Del Regno di Napoli in prospettiva. 1703.

[8] Cf. Campanelli 1995, p. 215.

[9] Cf. Andrisani 1995, p. 351.

[10] Cf. Campanelli 1995, p. 216: “Nel Seminario sul monte sarebbero state ospitate tre classi di chierici (bambini, piccoli e “mezzani” fino a un limite di 21 anni) istruiti nella grammatica, letteratura, retorica, filosofia e nel canto gregoriano, i quali avrebbero servito in cattedrale. Nel Collegio di Falciano erano previste due classi di suddiaconi e dei diaconi, con alcune camere riservate per eventuali preti oblati. Gli studenti di Falciano avrebbero partecipato alle funzioni solenni in cattedrale, mentre i seminaristi avrebbero preso parte ad alcune riunioni del Collegio (A.S.V.SA.C.C. Relations, Casertan, 197 A, f. 361, 365v.)”.

[11] Cf. Andrisani 1995, p. 354.

[12] Cf. Andrisani 1995, p. 358.

[13] Cf. De Crescenzo-Rossi 1990, p. 6; Sparano 1991, p. 13.

[14] Cf. Esperti 1773-1775, p. 156.

[15] Cf. De Crescenzo-Rossi 1990, p. 7. Ancora oggi sul lato sinistro della chiesa è possibile osservare ciò che rimane della decorazione pittorica esterna alla cappella. Due semilunette fanno da cornice ad una nicchia in cui si scorge affrescata la scena della Crocefissione. Nella lunetta di destra si intravedono sei figure di anime del purgatorio, mentre si sono persi gli affreschi della lunetta sinistra al di sotto della quale è però conservata un’iscrizione: “AD 1784 Menses anniq cedunt oblivionis monimentum superstes iiispice”.

[16] Così recita: “Dom ecclesia in honore divi ianuarii acl:mem iosepho de ausilio epo cas.no iãdudu erectam iosephus schinosi epvspraaedecessoriss videvoi prosecutus laxa vita uxit orna vitet cum viat titulo scti iosephi ss dei genitricis sponsi soleni ritu sacra volvit domenica IIII septebris A.D. MDCCXXXI rogato ad hocill.mo acrmod.no: vigilati epo caiacensi”.

[17] Così recita: “Dom divo ianuario martiri ac pontifici joseph de ausilio neap.s episcop.s caser pro agenda eiusdem martiris devotio.ne in hac diaecesi costruxit ac pro episcoporum maiori comodo anno dni 1664”.

[18] Così recita: “Januario Albertino ex inclutissimis cimitini princibus nullo suo ambitu sed esimia sanctitudine morum et iuris pontificii scientia ad regium casertanum pontificatum providentissimo Ferdin. IV sudicio primum vocato de sanctiori disciplina pauperibus pupillis templis unice meritassimo Joan Baptista et Caietanus Germani fratres tanti viri sat acerbo funere moerentissimi tumulummarmore clusum monimentum claritudinis eius in eternitate tempor poni curarunt A.D. CDDCCLXVII uixit ANN LII in pontificio IVI”.

[19] Così recita: “ AP Ω memoriae et quieti aeternae Vincentii Rogadei patritii ravellensis et bituntini abbatis primum ord. S. Bened. Congreg. Casinens casertanae de in ecclesiae antistitis CVI pastoralium officiorum sollicitudo religionis justitiaeque assiduus cultus prolixa in egenos liberalitas comitasque esimia in omnium ordinum cives summam.illi.virtutis commendationem peperete ejusque desiderium apud omnes reliquerunt hev quam diro et immiti cessit fato postrid id mart. AN MDCCCXVI frates de Logorio sororis filii tanta jactura insolabiliter moerentes P.P. vixit Anni LXXIII mensibus IV diebus XXIII”.

[20] Così recita: “Hector de Quarto e ducibus belgiojosi ab anglonensi ecclesia ad hanc casertana translatus obut die X.men.maj.AN.DOM. MDCCXLVII”.

[21] Originariamente la decorazione quadraturistica proseguiva sulla volta della navata, una grande telero dipinto, trafugato in epoca recente e sostituito dall’attuale copertura che in parte ha sacrificato l’effetto illusionistico d’insieme.

[22] Cf. Sarnella 1995, p. 260.

Testo: dr.ssa Maria Claudia Izzo (Seconda Università di Napoli)

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