Caserta (CE) – Chiesa dell’Immacolata Concezione in via San Carlo

Al centro di una delle più antiche strade di Caserta, via San Carlo, sorge la cappella dell’Immacolata Concezione, eretta negli anni quaranta dell’Ottocento quando la borghesia cittadina in concomitanza con l’espansione urbanistica promossa dai Borbone, arricchì la città di nuove cappelle religiose. La cappella dell’Immacolata fu eretta per volere della signora Irene Morrone, moglie di Onofrio Colella, esponente di spicco, per l’appunto, della borghesia casertana. Il primo documento a noi noto, è datato 4 ottobre 1831, redatto dal notaio Giovan Battista Bianchi, in cui si dichiara che la signora Morrone: “per particolare devozione fece edificare sotto il suo palazzo nell’abitato di Caserta alla via San Carlo una cappella dedicandola sotto il titolo della Beata Vergine Immacolata Concezione … [e destinandole] una certa annua rendita di ducati ventiquattro”. Del 1842 sono due strumenti con l’assenso della Signora Morrone al decente mantenimento della cappella e delle suppellettili sacre, oltre che della messa festiva. Il 19 giugno 1848 Don Giuseppe Giaquinto, Primicerio della Cattedrale e Vicario Vescovile della Curia di Caserta autorizza la celebrazione della messa festiva eseguibile solo da un sacerdote non diocesano. Pertanto egli stesso il 20 luglio 1848, si reca presso il Palazzo Morrone, poi Bitetti, per visitare la nuova cappella che trova: “di massima decenza [ne benedice] le elegantissime suppellettili” e vi celebra una messa solenne. In seguito quasi tutti i diritti sulla cappella furono acquistati da Don Francesco Santorelli, Arcidiacono, Canonico e Vicario Foraneo, che rilevò le quote di alcuni bisognosi membri della famiglia Bitetti, attuali proprietari del palazzo. Con testamento datato 11 gennaio 1897 Don Francesco Santorelli donò la cappella alla Chiesa di Caserta e per essa al vescovo del tempo Mons. Gennaro Cosenza. Fu quest’ultimo a dover dirimere una controversia con la signora Mariagrazia Bitetti, che avanzava diritti sulla diciottesima parte della cappella. La questione si risolse con un atto del 22 gennaio 1905, redatto dal notaio Luigi Michitto, in cui la signora Bitetti si impegnava a cedere ed alienare la diciottesima parte di sua spettanza sulla cappella in cambio dell’uso di una porzione di loggia sovrastante la sacrestia sul lato sinistro, oggi facilmente individuabile nell’apertura con le grate lì conservate. Conclusa la controversia il Vescovo accorpò la cappella alla Chiesetta di Montevergine affidata al rettorato del Rev. Don Gennaro Santangelo. Oggi per volere della Curia la cura della cappella è assegnata ai frati Minori Francescani. Fin dalla costruzione la cappella è riuscita a crearsi un proprio ruolo autonomo rispetto alla vicina chiesa dei SS. Carlo ed Eugenio, oggi Montevergine, divenendo luogo di celebrazione di matrimoni e battesimi per volere degli stessi sancarlini, abitanti della omonima strada. La cappella è anche nota con il nome di Santa Lucia per il particolare culto in essa introdotto, spiegabile probabilmente per la sua ubicazione al centro dell’allora unico percorso che dalla città portava al santuario di Santa Lucia sulla collina di Garzano, di conseguenza luogo di sosta ideale per i fedeli che di lì transitavano. La cappella si apre sulla strada ed ha il titolo di Beata Vergine Immacolata, dato ad essa prima che il papa Pio IX ne definisse il dogma il 16 aprile 1854. Il concetto di Immacolata Concezione, riferito alla Vergine stessa, nata senza peccato originale, fu, per lungo tempo, uno dei nodi centrali della discussione teologica tra ordini monastici che come i domenicani negavano la veridicità del dogma e i francescani che la sostenevano tenacemente. Nel corso dei secoli la credenza ricevette varie ratifiche papali che ne confermarono l’ortodossia. L’apparizione tarda di questo tema è probabilmente dovuta alle difficoltà incontrate nel fissare una convenzione iconografica ad un concetto così astratto. Il Cantico dei Cantici fu, a tal proposito, un testo di riferimento ampiamente utilizzato dagli artisti fin dal sec. XVI , che venne ad inglobare molte delle immagini riferite alla fanciulla Sulammita del poema. E’ nel secolo XVII che vengono sanciti i caratteri iconografici essenziali dell’Immacolata Concezione: una fanciulla con veste bianca e mantello azzurro, con la luna sotto i piedi, una corona di dodici stelle sul capo e in vita il cordone francescano con tre nodi. Se ne deduce che un vincolo strettissimo lega il destino dell’Immacolata Concezione a quello dell’Ordine Francescano, e probabilmente, non è un caso che nella cappella, custodita dall’ordine dei frati minori francescani, il vincolo riviva attraverso la compresenza di un dipinto di San Francesco e una statua dell’Immacolata Concezione. La facciata, totalmente inglobata nei palazzi attigui, è costituita da un portone con cornice orizzontale, contenente la dedicazione ed è coronato da un timpano triangolare. Il modesto ingresso non lascia trapelare all’esterno la ricchezza architettonica che all’interno investe l’intera cappella, e che denota una precisa volontà da parte dell’antica committente, signora Morrone, di concorrere in sfarzo con quanto si andava costruendo contemporaneamente in città, a partire dalla vicina cattedrale, tanto che non sarebbe del tutto errato in questo caso parlare di chiesetta piuttosto che di cappella. L’interno è a navata unica con due altari marmorei laterali e con profonda abside coronata da cupola. Sul lato destro è possibile osservare la statua di Santa Lucia, del cui culto si è già trattato, più avanti quelle di Gesù Cristo e di Santa Rosa da Lima custodite in teche di fattura recente. Sul piccolo altare di pregevole manifattura locale, con paliotto concavo tra due pilastri a decorazione fogliacea, in un ovale in stucco, decorato a finto marmo, è custodita una tela raffigurante Sant’Alfonso, di autore ignoto. Sul lato sinistro sono custodite le statue di Sant’Aniello e di Gesù Cristo, sull’altare in marmo e l’ovale in stucco, pendant degli altri due, è posta una tela raffigurante San Francesco, anch’essa ignota. Significativamente sono stati scelti due santi accomunati da un analogo destino: entrambi abbandonarono una vita ricca di agi, per dedicarsi a divulgare il verbo divino con una particolare attenzione ai ceti più umili della società. Accanto al più noto San Francesco d’Assisi, viene posto infatti uno dei più importanti santi campani: Sant’Alfonso. Nato a Marianella in provincia di Napoli nel 1696 e, dopo una prima carriera di giurista, dedicatosi alla vita ecclestiastica, compiendo innumerevoli missioni nelle campagne e nei quartieri più poveri di Napoli, sino alla nomina di vescovo della diocesi di Sant’Agata de’ Goti; morto a Pagani nel 1787 dopo aver prodotto ben centoundici opere trattanti i tre grandi temi della fede, della morale e della vita spirituale. In entrambi i dipinti, gli autori, ancora ignoti, hanno scelto di raffigurare un episodio contemplativo della vita dei due santi, che ne sottolinea l’intima destinazione quale poteva essere quella di una cappella religiosa. All’ingresso, al di sotto della cantoria, su entrambi i lati due conchiglie ad una valva in marmo bianco, fungono da acquasantiere; si tratta di elementi posti qui in un secondo momento, al pari delle figure di santi, in pregevoli cornici intarsiate di legno scuro, e delle scenette raffiguranti le tappe della via Crucis disposte lungo le pareti. La volta della navata è affrescata da Francesco Lauritano con l’Annunciazione sul lato sinistro, la Natività di Gesù Bambino sul lato destro e al centro l’Immacolata Concezione, che il pittore firma e data 1945. Una parola va spesa per la scelta iconografica dell’artista nell’episodio della Natività, in cui omette la figura di San Giuseppe, per concentrare la narrazione sulle sole due figure della Vergine e del Bambino, in virtù della massima esaltazione della Santa a cui la cappella è dedicata. La zona absidale, che due possenti pilastri, inglobati in lesene multiple, separano dalla navata, è delimitata ai lati da due logge, collegate tramite scale al vicino palazzo Bitetti, oggi Alois. L’abside ha perso la sua originaria struttura di cui rimane traccia nella parte affrescata al di sotto della cupola, per far posto al maestoso tabernacolo con timpano triangolare e poderose colonne, dagli elaborati capitelli, che incorniciano la figura dell’Immacolata Concezione. In un primo momento la parte bassa del tabernacolo doveva contenere anche la mensa dell’altare oggi posta qualche passo più avanti, su di un pavimento con mattonelle a disegno musivo e motivi classici risalente all’originario assetto della cappella. Le colonnine scanalate che reggono la mensa, vanno viste come una rilettura in chiave moderna, degli originari pilastrini scanalati oggi inglobati nelle due colonne esterne del tabernacolo. La cupola con decorazione a lacunari culmina nel delicato rosone centrale, mentre nei peducci sono affrescati quattro putti recanti alcuni dei simboli dell’Immacolata Concezione: la rosa mystica, la turris davidica, la domus aurea, la stella mattutina. Non va omessa la funzionalità della cupola che pur rispettando il motivo dei lacunari, sfrutta tale forma per creare le uniche aperture che garantiscono illuminazione alla cappella. L’intera organizzazione della zona absidale è strutturata in virtù della massima esaltazione di quello che è il punto focale della struttura architettonica e contemporaneamente della cerimonia eucaristica vale a dire il ciborio, oggi spostato sul lato destro. Il forte impatto scenografico del tabernacolo è in linea con l’intera decorazione architettonica della cappella, costituita dalle tre cornici mistilinee che dividono la navata dalla volta, dalle balaustre delle logge ai lati dell’altare, dal particolare della cornice a dentelli che corre lungo tutto l’invaso e dalla finezza tecnica con la quale questi elementi sono resi. Non c’è dubbio che la sfida raccolta dall’ignoto architetto fosse quella di concentrare in uno spazio, evidentemente ristretto come quello di una cappella, una struttura architettonica complessa e completa nelle sue finiture. Le due ampie logge che si stagliano al di sopra della zona absidale, vanno lette come un esplicito tentativo di creare uno “pseudotransetto”, analogamente ai due altari sui lati della navata, che simulano due cappelle. C’è un evidente tentativo di realizzare attraverso il dettato architettonico una dilatazione spaziale tipica delle tradizionali chiese a navata unica con cappelle laterali. Lo stesso accorgimento della decorazione a finto marmo, verde e ocra, che investe l’intero invaso, a partire dalle coppie di colonne del tabernacolo e finire sulle pareti della navata, rientra nell’intento di accrescere ancor più quel senso di sontuosità che investe l’intera cappella. A tutt’oggi non sono noti i nomi dell’architetto e delle maestranze che vi furono attive, ma non è difficile credere che la signora Morrone per l’erezione di un monumento alla sua devozione e generosità, si rivolgesse a quanto di meglio la città di Caserta potesse offrire in quel momento. A tutt’oggi la cappella dell’Immacolata Concezione è un importante luogo di culto per gli abitanti di via S. Carlo, impegnati nella sua conservazione e nella sua valorizzazione, prova di quanto la piccola cappella, sia nel tempo rimasta ben viva nell’immaginario collettivo.

Testo: dr.ssa Maria Claudia Izzo (Seconda Università di Napoli)

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