Caserta (CE) – Ex Caserma Sacchi

La terra (oggi ex MA.C.RI.CO.) e la casa erano dette “Regiae Caballeritie” perché re Alfonso I d’Aragona aveva destinato il sito ad ospitare la cavalleria reale nei mesi invernali. Prima del 1493, re Ferrante I le donò al vescovo di Caserta Giovanni de Leone (suo medico personale). Ivi i vescovi ebbero residenza già molto prima del 1594. Però, il trasferimento ufficiale della sede vescovile avvenne solo nel 1843. Mons. Gentile (1604-16) riedificò dalle fondamenta l’antica costruzione, arricchendola anche di un grande giardino. Nel 1642 il vescovo Sciamanna (1642-46) iniziò la costruzione della chiesa di S. Gennaro, ultimata nel 1664 da mons. de Ausilio (1663-68), attigua al complesso in funzione di succursale in pianura della cattedrale, rimasta in una Casertavecchia oramai spopolata ed in abbandono. I lavori del palazzo continuarono sotto il vescovo Crisconio (1647-60) per concludersi sotto l’episcopato di Schinosi nel 1708-09 (1694-1734). Il luogo rimase isolato dall’attuale centro città (come attesta anche l’incisione di Cassiano de Silva, fine ‘600, forse commissionata proprio da Schinosi), facendo parte del borgo di Falciano (noto sin dal 1113 per la chiesa parrochiale di S. Maria). Il palazzo, ingrandito e collegato alla chiesa, ospitò il Collegio dei Padro Oblati, inaugurato nel 1731 e destinato ad approfondire la preparazione dei sacerdoti e de i chierici più poveri. Mons. Falangola (1747-61) unificò il Collegio col Seminario. Il 15 marzo 1816 il Palazzo fu teatro dell’assassinio di mons. Rogadei (1803-16), sostenitore di Murat. Falciano rimase sede vescovile fino al 1849 quando Ferdinando II decise di trasformare il complesso in quartiere militare e l’area in Piazza d’Armi, costringendo mons. Rozzolino a traferire l’Episcopio in via San Carlo. Numerose ed importanti sono le testimonianze artistiche superstiti. Vi sono numerose finestre dalle ornie tardorinascimentali, altre, quelle della corte maggiore (forse originariamente scandita da logge sui due lati principali) sono forse della metà del ‘600. Tre lapidi (ingresso principale alla corte, ingresso secondario e corte maggiore) ricordano gli interventi di Schinosi e ricostruiscono parte della storia del complesso. La facciata verso il giardino è strutturata come a due logge a tre campate sovrapposte ad un portico. Nonostante l’incuria ed i danni secolari, sorprendono ancora per qualità e stato di conservazione gli affreschi del piano nobile. Nelle due logge parallele (interna ed esterna) sono, rispettivamente, tracce di decori in stile floreale e belle decorazioni a festoni vegetali e grottesche (metà ‘700). Nell’ambiente attiguo resta un affresco parietale raffigurante l’Immacolata. Il braccio sud dell’appartamente, aperto sulla corte principale, conserva tre ambienti affrescati (in parte manomessi) a finte quadrature (commissionati da Schinosi, stemma) rispettivamente con grottesche, la Resurrezione di Cristo (nelle unghie sono puttini con i simboli della Passione), l’Assunzione di Maria (nelle vele putti con gli attributi mariani).

Testo: Pietro Di Lorenzo

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