Caserta (CE) – Chiesa di Sant’Agostino (largo San Sebastiano)

La chiesa di S. Agostino (questo è il titolo canonico) conserva la memoria del culto a S. Sebastiano, tra i più antichi a Caserta, peculiare della parte in piano tanto che al nome del villaggio Torre fu affiancato quello del Santo martire. Questo perché, dall’incendio che ne distrusse la chiesa nel 1783, la sede della parrocchia fu prima presso la chiesa dei Carmelitani (già AGP), e dal 1822 presso la chiesa del Redentore e dal 1930 nel sito attuale. La presenza degli Agostiniani in Caserta è attestata già dal sec. XIII: Carlo II concesso loro un privilegio per il commercio dei grani. Il convento, perché spopolato, fu soppresso da Innocenzo X nel 1652. In esso subentrarono le Domenicane, sfruttando una donazione di Andrea Matteo d’Acquaviva per l’istituzione di un Conservatorio per fanciulle indigenti, ma il convento vero e proprio sorse solo nel 1712 per l’opera di due nobildonne di Acerra e Marcianise. Non è chiaro se il sito attuale sia quello del convento medievale. La collocazione baricentrica rispetto all’impianto urbanistico e viario dei borghi casertani nel piano lasciano ipotizzare la continuità nello stesso luogo per l’insediamento religioso. La chiesa attuale fu edificata sulla precedente, probabilmente del sec. XV. Non è noto l’anno né l’artefice del rifacimento settecentesco perché la bibliografia non è concorde sull’attribuzione al Vanvitelli o qualche suo collaboratore (Patturelli o Bernasconi). In verità nel 1753 le Monache supplicarono il sovrano Carlo di Borbone (per il tramite del Ministro Tanucci) di interessare il Vanvitelli, il quale, secondo gli studi più recenti, pare si limitasse a fornire una perizia per il tetto. Carlo infatti, per non intralciare il cantiere della nascente Reggia, dirottò l’incombenza sulle maestranze impegnate nella ristrutturazione del Palazzo Vecchio. I lavori furono così eseguiti dal Negroni (1756). Ad una successiva richiesta delle Monache, nel 1767/68, Collecini e Patturelli produssero una nuova stima degli interventi. Comunque sia, la chiesa è perfettamente inserita nella temperie culturale classica importata da Luigi Vanvitelli da Roma, sia per il semplice esterno (realizzato nel 1843/46) che per il composto, ma articolato interno, che pare intervenuto solo a movimentare l’antica aula unica agostiniana. Nell’atrio infatti sopravvivono due affreschi dei primi del sec. XVII (S. Antonio Abate a sin, Madonna delle Grazie a dex) e, nei vani sinistri della navata anche degli affreschi della metà del sec. XVI (Maria Maddalena), ancora da indagare e da riportare alla luce. Gli ovali della navata, raffigurano (da sin) S. Teresa (A. Dominici), S. Rosa (P. Bardellino), S. Caterina (G. Diano) ed una santa Carmelitana (D. Mondo), tutti della fine del ‘700. All’altare sinistro Santi Anna e Gioacchino, con la Vergine bambina e i Santi Rocco, Michele ed Antonio Abate di Diano, all’altare destro Madonna del Rosario e i santi Domenicani di Girolamo Starace Franchis. L’altare maggiore è della seconda metà dell’Ottocento.

Testo: Pietro Di Lorenzo

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