Capua (CE), palazzo Fieramosca

Il palazzo Fieramosca occupa un’insula centrale nell’insediamento urbano capuano, di fondazione longobarda e, probabilmente (ma non ci sono prove archeologiche) fu sin dall’origine occupato da edifici. Di sicuro esisteva nel XII sec., come attesta la monofora (oggi murata) ritrovata dopo i crolli del bombardamento alleato del 9 settembre 1943, e, forse, i volumi dell’ala Sud e della torre. Documentati sono gli interventi del 1291, voluti da Bartolomeo di Capua, protonotaro del Regno di Napoli, ed esponente di spicco della famiglia omonima. Dal 1336 il palazzo passò agli Angiò-Durazzo, ramo collaterale di quello regnante: nel 1345 vi nacque Carlo, poi III re di Napoli di tal nome dal 1381. A questa fase risalgono i gigli che decorano la ghiera del portale archiacuto (con capitelli imitanti quelli gotici a crochet) e il restauro ogivale del prospetto principale (forse l’alto basamento in blocchi calcarei di spoglio, certamente il bellissimo paramento murario in blocchi di tufo grigio e le grandi finestre archiacute, oggi murate) e del corrispondente fronte interno (visibile nelle crociere del portico Est della corte).

Nel sec. XV il palazzo pervenne ai Fieramosca (la famiglia di Ettore, l’eroe della Disfida di Barletta), che promossero restauri rinascimentali, ancora visibili in facciata (cornice a palmette, grandi finestre rettangolari, oculi in tufo grigio del secondo livello). Nel XVIII sec. il palazzo assunse grossomodo l’aspetto attuale: alla fine del secolo furono inseriti i tre bellissimi capitelli di età longobarda (forse sec. X), provenienti dalla distrutta chiesa di San Giovanni dei Landepaldi. L’alta torre, l’unica sopravvissuta nella città di Capua, mostra un palinsesto ancora più ricco di interventi, forse distribuiti lungo tutto l’arco del Medioevo. Dal portale si accede, attraverso un atrio voltato a crociera a sesto acuto, alla corte rettangolare, su colonne antiche di spoglio, ad arcate, parte acute parte a pieno centro. Sul fondo del cortile è un cippo funerario romano.

Testo e immagini: P. Di Lorenzo (febbraio 2013)

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