S. Maria Capua Vetere (CE) – Convento di S. Francesco

L’area dell’attuale sede della Facoltà di Lettere e Filosofia della Seconda Università di Napoli conserva uno dei pochi luoghi superstiti (non tantissimi se consideriamo l’importanza e la dimensione della città all’epoca) dell’antica Capua: il criptoportico. Con questo nome si individua un edificio, tipico della cultura romana (esempi sono sul Palatino, ad Ostia, a Pompei, etc.), a portico, senza colonne, che riceve luce ed aria da aperture (feritoie) praticate nella superficie della volta. Di solito interrata così da emergere appena dal suolo o di poco elevato su esso, al centro vi si collocavano dei giardini. Non è ancora ben chiara la destinazione funzionale del criptoportico, tradizionalmente designata come luogo di passeggio e di incontro collettivo per godere del fresco (nella stagione estiva) e ripararsi dalle intemperie (nelle stagioni piovose). L’area in cui si collocava il criptoportico capuano era periferica rispetto al centro cittadino antico ma rivestiva comunque un ruolo pubblico rilevante. Infatti, nei pressi era l’anfiteatro (il terzo per dimensioni tra quelli italiani) di cui ancora oggi, nonostante secoli di spoliazioni, sopravvivono gli imponenti resti. Alcuni ritengono che l’edificio non avesse una esistenza indipendente. Probabilmente era una struttura inserita nel grande podio su cui sorgeva il Capitolium, il tempio maggiore della città dedicato alla triade Giove – Giunone – Minerva. Altri ipotizzano (anche sulla scorta di una notizia di Echemperto, IX sec.) che il criptoportico fosse parte del complesso delle terme, che essi voglio assai prossime al criptoportico e probabilmente collegate alla palestra del Ginnasio. Il Criptoportico capuano fu rilevato ed indagato per la prima volta da Camillo Pellegrino (sec. XVII), che ne disegnò la pianta, rettangolare. Egli ne individuò le scale (ubicate a destra e a sinistra per servire rispettivamente il portico orientale e quello occidentale. Il Pellegrino stimò che il piano terraneo fosse di 7 palmi (il palmo capuano misurava circa 26,5 cm attuali) al di sotto del piano antico di campagna, che il primo piano fosse alto circa 80 palmi e la larghezza dei vani di circa cinquanta palmi. La volta quasi certamente fu completamente affrescata, probabilmente a grottesche, con fiori, uccelli, animali e ornamenti vari, ma non mancavano raffigurazioni umane e mitologiche. Ancora alla metà dell’Ottocento, Rucca vi scorgeva ancora un “ratto di Europa” (nel portico settentrionale), entro riquadrature. Fino al 1632 il criptoportico fu la passeggiata preferita degli abitanti locali. Intorno alla metà del secolo XVII il luogo fu concesso ai frati minimi di S. Francesco di Paola che vi costruirono intorno il convento, adibendo il criptoportico a cantina. Nel 1707, all’atto della conquista imperiale del Meridione, i frati lasciarono le strutture che furono destinate a caserma, perché vi fu decisa l’installazione della cavalleria austriaca. Il criptoportico divenne una stalla. Nel 1828 iniziarono i lavori di definitiva trasformazione delle strutture antiche nelle attuali, con l’intenzione di destinarle a carcere e ad ospedale per la provincia borbonica di Terra di Lavoro. Probabilmente a quella fase è da attribuirsi la realizzazione del tempietto circolare rialzato oggi ancora nella corte interna, con una cupola emisferica poggiante su un colonnato neodorico. La destinazione penitenziaria del complesso è stata dismessa nel 1996.

Testo: Pietro Di Lorenzo

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