Ruviano (CE) – Eremo di Santa Maria degli Angeli in Alvignanello

 

Secondo una ipotesi molto ragionevole di M. Russo, probabilmente l’attuale convento di Santa Maria degli Angeli occupa il sito della chiesa medievale di Santa Maria de Monte, riportata nelle Decime del 1326. Non ci sono prove archeologiche o architettoniche di ciò: suggerisco un primo indizio oggettivo a favore che è l’orientamento est-ovest del luogo di culto. Russo conferma la committenza dell’eremo ai Monforte, sulla scorta di una nota di Melchiori, storico seicentesco di Caiazzo, che però non cita alcun documento. Russo ritiene che l’erezione possa essere avvenuta tra il 1463 e il 1528 o il 1535. Innanzitutto occorre precisare che qui si tratta dei Monforte, baroni di Puglianello, di Ruviano e di Alvignanello che non sono da identificare i Gambatesa/Monforte, conti di Campobasso, ma con i Brunforte / Monforte originari di Fermo e conti di Ruvo di Puglia, Terlizzi e Palo del Colle, come ho ricostruito nel 2018. I Brunforte/Monforte acquisirono la baronia di Puglianello-Ruviano-Alvignanello dal 1422, anno del matrimonio di Sergio Brunforte/Monforte con Giovanna da Celeno che la deteneva quasi certamente per eredità paterna. A rettifica di quanto sostiene Russo, Alvignanello fu stabilmente in possesso di Roberto Sanseverino conte di Caiazzo e dei sui discendenti già dal 1461. Quindi, se la committenza fu dei Brunforte/Monforte deve essere ricondotta all’intervallo 1422 – 1461.

Il complesso non conserva elementi artistici o architettonici delle fasi medievali. L’oggetto d’arte più antico è il portale che ho datato al 1507 e del quale ho riconosciuto gli stemmi dei Monforte/Brunforte. Russo suppone a ragione che il portale sia quello dell’Annunziata, forse quella di Alvignanello, ipotesi che accetto e sostengo ricordando gli strettissimi paralleli di stile e di bottega che lo legano ai coevi portali dell’AGP di Caiazzo (1498) e Limatola (1503). Russo ritiene che il portale sia stato spostato all’eremo all’atto della fondazione. Ritengo più ragionevole il suo smontaggio dalla chiesa originaria solo dopo il termine del possesso dei Monforte/Brunforte (1528/1535) che, credo, non avrebbero facilmente autorizzato la traslazione del portale ad altra chiesa fuori dal loro feudo, seppure sorta per loro fondazione. Più probabilmente, il portale fu spostato nel corso del 1600, forse seguito anche da due lapide sepolcrali (vedi oltre).

La chiesa restò certamente attiva fino all’annessione ai beni del Seminario Vescovile di Caiazzo che la deteneva nel 1620. I documenti del 1700 e del 1800 confermano della presenza degli eremiti (presumibilmente sempre due) e del controllo del vescovo di Caiazzo, cui ancor oggi appartiene come bene personale.

L’eremo si articola su due livelli. La facciata è non rettilinea, forse per armonizzare i corpi di fabbrica (quello a destra della chiesa probabilmente più antico, quello a sinistra settecentesco). L’arco di accesso alla chiesa è posto in posizione centrale ed è segnalato da una coppia di paraste lisce prive di capitelli ma con cartigli in stucco. Le paraste proseguono oltre il cornicione marcapiano. Il tutto in uno stile architettonico coerente con gli anni 1720-1730. Il dislivello tra l’atrio e il piano di campagna è superato da un stretta scalinata in pietra, alla cui testata inferiore sono due caposcala in pietra con volute, sempre settecenteschi. L’atrio è voltato a botte e articola l’accesso alla chiesa e alla sagrestia. Il portale è un bell’esempio di scultura rinascimentale, prodotto di un artista di formazione forse di formazione romana (con Bregno?) che probabilmente ebbe una piccola bottega (con sede a Caiazzo?). Forse fu attivo nella valle del Volturno (Caiazzo, Limatola, Ruviano, San Salvatore Telesino) per poco più un trentennio tra il 1487 e il 1520.  I battenti lignei del portale sono settecenteschi.

La chiesa è a navata unica e si mostra nelle forme scelte intorno al 1721, tranne per il soffitto, forse in origine una volta leggera o un tavolato ligneo, sostituito nel 1950. La data 1721 è presente sulla balconata della cantoria ed attesta i restauri promossi dal vescovo Falconi, che sono testimoniati anche dagli stucchi delle pareti. Di particolare rilievo sono quelli che incorniciano la nicchia dell’altare maggiore e la sua cornice marmorea. Modellano un finto drappo, una piccola pattuglia di angeli e cherubini, il tutto sormontato dalla corona dorata. La parete è completata da due finte nicchie timpanate che affiancano quella centrale. Davanti all’altare (unico) della chiesa è la lapide della sepoltura comune degli eremiti, datata 1765. È in marmo, di forma rettangolare; è decorata da simboli di memoria della morte (coppie tibie a croce e da un teschio) posti al centro di ogni lato. Interessante e non frequentissima è la soluzione di incassare il confessionale ligneo settecentesco nella parete sinistra della chiesa.

Nel 1740 (forse per volontà del vescovo Vigilante) fu realizzato l’appartamento vescovile, ancor oggi ben conservato, cui si accede da una scala a chiocciola in legno. Spiccano l’apertura di quella che probabilmente era l’alcova (del tutto simile a quella coeva del castello di Limatola) e le cornici affrescate decorative a trompe l’oeil della sala contigua. Le cornici decorate delle due sale successiva dell’appartamento furono realizzate forse entro i primi due decenni del 1800.

La sagrestia e l’ambiente attiguo hanno volte a padiglione con semplici decori in stucco agli angoli. Sulla soglia della sagrestia sono due lapidi (probabilmente provenienti dalla stessa chiesa da cui fu prelevato il portale) che ricordano rispettivamente “Carlo Sforza” (senza alcuna data) e Salvatore Marcuzio (1615).

Testo e immagini: Pietro Di Lorenzo (agosto 2020).

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